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Appunti per una comunicazione responsabile

Con l’avvento del world wide web, dei social e dei sistemi di messaggistica istantanea, si sta assistendo sempre più al primato della parola scritta sulla parola parlata.
Alti sui nostri podi pensiamo e produciamo parole strabilianti, scolpite a cuore aperto nel ventre grigio di un codice binario che non conosciamo. Ecco che qualsiasi affermazione, che istantaneamente condividiamo con 1,2… 3.000 amici si eleva a finta orazione, e parte verso cieli sconosciuti. Dal pulpito del librodellefacce assume volentieri toni altisonanti, a volte quelli della lamentela con il mondo, altre volte quelli dell’auto-compiacimento, raramente quelli della burla, più spesso quelli della sentenza, dell’attacco verso qualcuno.

Le parole
si staccano dalla nostra bocca – anzi, digitate cadono come unghie spezzate dalle nostre dita, per camminare con le proprie gambe. E questa parola fuggente e scritta, de-responsabilizzata, diviene autonomo strumento di nichilismo digitale. Accettazione e divisione, dimorfismo e deregolamentazione, esserci solo per essere contrario a qualcuno, per scrivere il proprio nome, anche sbagliato, nel più grande spettacolo dopo il Big Mac.

Ma non siamo noi i parlanti del nostro discorso.

Le nostre parole non ci appartengono, si innescano e si disintegrano nello stesso istante.

Fallaci crediamo di trovarci insieme ad altri Amici sulle bacheche digitali, ma sono lontani i tempi di quando stavamo in piazzetta, a cincischiare guardandosi negli occhi. Qui non ci sono occhi che ‘si guardano’.

La gente litiga perché vede scritto un peso che nessuno magari ha dato a quelle parole.

Non ci sono occhi che ‘si guardano’, ma solo occhi che ‘guardano’ (e tuttalpiù guardando salvano). E troppo spesso i nostri occhi giudicano, prevaricano. Così la comunicazione si dissolve, precipita, o forse evapora come gas, troppo fetente per essere contenuto in questa atmosfera. Dissing, minacce, querele… ma te lo sai chi sono io? intellettuale da bar! Ora ti blocco! Denunciami alla polizia postale! Ma di cosa stavamo parlando?

Di cosa stavamo parlando? La domanda risuona nel riverbero assillante di queste stanze digitali, troppo piccole anche solo per ricordarci quella libertà di cui godevamo da ragazzini – a giocare con le ginocchia sbucciate sull’asfalto, ma allo stesso tempo così interconnesse da farci credere di essere parte di un unico grande mondo, un mondo dove si condividono le solitudini.

Non urlare che non ti sento

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Comunicare nell’epoca del nichilismo digitale è cosa assai difficile. Per i più diventa automatico come guardarsi allo specchio. Di fronte c’è uno, nessuno, centopirla.

Quando si vedono parole scritte che ci interessano, invece di affrettarsi a carpirne il significato esplicito, passibile di millemila interpretazioni, bisognerebbe avvicinarsi con il nostro animo allo scrivente, a colui che ha la responsabilità della comunicazione. La sua vita, l’uso che solo lui magari fa di quelle parole… insomma il suo modo di parlar scrivendo. Ma è difficile, è difficile vedere che espressioni fa nel volto uno che scrive.

Noi dobbiamo comunque sforzarci, dobbiamo almeno provarci… solo così facendo potremo innescare una comunicazione responsabile.
Oppure non resta che desistere, sottrarsi a quei palcoscenici atroci, alla minaccia del wifi, ed uscire di casa come pazzi, seminudi, correndo felici in cerca di un bosco dove cantare canzoni a caso…